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toupie chi? per dirlo prima a me stessa

Aggiornamento: 10 feb 2022

sono stati giorni turbolenti per tutti: il covid19 ci ha costretti a mesi di isolamento in compagnia di noi stessi, con tutti i nostri dubbi, le certezze e i ripensamenti misti a consapevolezze che ci portiamo dietro. come tutti, anche io, sono rimasta in casa, in clausura forzata.


me la sono vissuta così: all'inizio ho cercato di nascondermi dietro a tutte le cose lasciate in sospeso, per fretta o per mancanza di voglia, in questi anni di vita bolognese. ho spostato tutti i mobili, ho recuperato tutta la discografia di damien rice, ho fatto pulizia di stagione e messo in ordine alfabetico tutti i libri. ho riletto i miei vecchi diari, mi sono messa e tolta la smalto cento volte, ho cucinato biscotti bellissimi ma immangiabili e ho fatto il centrotavola di pasqua con due fiori di lillà e una gallina - gialla e bianca - fatta all'uncinetto.


poi mi sono arresa: qualcosa dentro chiedeva di mettermi di fronte allo specchio, per riconoscermi, fare luce e ritrovare la motivazione e la verità. per me stessa.


"come il momento in cui ci si mette in ascolto,

il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,

in cui ci si sente avvolgere,

il momento in cui ci si sente raggiungere.

da cosa? da un sole in più,

da un vento fresco,

da un delicato accordo senza suono

in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondono assieme".


quando l'ho fatto, quando mi sono messa a parlare con me stessa, ne è venuto fuori uno scompiglio emotivo. sono stati giorni silenziosi, di ricerca e di studio. volevo capire, per me, chi ero e cosa stavo facendo. ho ricordato la prima volta - il primo cantiere di autocostruzione a exfadda, ho rivissuto il momento della prima performance in ospedale, ho riletto gli appunti di quando stava nascendo il binario69. è stato un attimo: ho capito che tutto aveva a che fare con la fedeltà, che in tutto quello che avrei fatto da quel momento in poi dovevo tornare ad "sempre del tutto presente a me stessa sino alle punte delle dita", proprio come scrive peter handke nel canto alla durata.


così alla fine del lockdown l'ho fatto: ho lasciato un lavoro importante, uno di quelli che avevo sempre sognato, uno di quelli su cui - per un anno e mezzo della mia vita - sono stata focalizzata e concentrata con tutte le buone intenzioni e lo spirito, ad ogni ora del giorno e della notte. l'ho fatto perché le cose stavano perdendo forma e non riuscivo più a riconoscermi. è stato lì che ho capito che la bravura da sola non basta, ho riscoperto che ciò che ha veramente peso nei progetti che portiamo avanti sono le persone, ché alla fine è tutta questione di energie e investimento emotivo, ci devi stare nelle cose, deve sognarle e poi vederle nascere, accudirle, prendertene cura e soprattutto trasformarle in luoghi di conversazione.



sono arrivata quasi alla soglia dei trenta e faccio questo lavoro da quando avevo ventitré anni. dopo cinque anni ho sentito l'esigenza di fermarmi, per darmi una spiegazione e per capire se quello che avevo fatto e stavo facendo mi rispettava, come persona e come professionista.

ne è venuto fuori che in questi anni mi sono dedicata alla mia comunità e ho cercato di crescere grazie al consiglio di tutti: da anita ho preso la forma, da angio l'incoscienza che porta alla meraviglia, da rosario coluccia ho imparato che le parole vanno scelte con intelligenza; con mattia mariarosaria e ariele mi sono ricordata di quant'è bello crescere continuando a stupirsi continuamente, con gerardo guccini ho scoperto che la ricerca è infinita. da mia madre ho imparato a resistere, da simona la pazienza; negli occhi di carlo ho ritrovato la dimensione del sogno come motore del fare, grazie a rombi ho imparato a disegnare i contorni delle idee per trasformarle in prodotti culturali da regalare agli altri. da mio nonno ho appreso gran parte di quello che serve per vivere in pace con gli altri, il rispetto l'educazione e l'onestà.


toupie viene fuori da questo percorso e nasce soprattutto per dirlo e per ricordarlo prima di tutto a me stessa. sono francesca - ma tu puoi chiamarmi franca - e faccio l'operatrice culturale, mi occupo di organizzazione, produzione culturale e di persone perché, dal mio punto di vista, ogni progetto deve essere un "processo aperto", ogni evento deve essere "una cosa in divenire, in relazione".



toupie, per dirlo prima a me stessa, è quella ragazza con i calzini fluo che si ferma al porticciolo ad ascoltare interessata, tra un urlo e un tuffo a bomba, cosa ne pensano i bambini della performance di teatro.


e ora so che per restare fedele a me stessa dovrà essere sempre così.

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